Intervista a Diana De Marchi
Presidente Commissione Pari Opportunità e diritti civili del Comune di Milano

DIANA DE MARCHI – CURRICULUM VITAE

La parità di genere è uno dei temi centrali del Recovery plan italiano ed europeo. Noi di Civicum crediamo che il raggiungimento di questo obiettivo sarà determinante per la costruzione di una società futura più equa, solidale e fondata sul merito. E’ quindi importante guardare all’oggi per capire come migliorare il domani. Lo abbiamo fatto in questa intervista con Diana De Marchi, presidente della Commissione pari opportunità e diritti civili del Comune di Milano, alla quale abbiamo chiesto di illustrarci la situazione della parità di genere nelle Pubbliche Amministrazioni e indicare gli impegni prioritari che il nuovo Governo dovrebbe mettere in questa direzione.

Dal suo osservatorio privilegiato, come vede la situazione della parità di genere nella PA?

Sicuramente c’è molto ancora da fare ma tante amministrazioni si stanno impegnando in questa direzione. Porto l’esempio del Comune di Milano che da tempo ha già introdotto proposte di lavoro agile e ha adottato strumenti per monitorare come questa nuova modalità impatta sulla vita lavorativa delle proprie dipendenti donne: se la facilita o può rappresentare una barriera. Proprio per questo nel 2018 il Consiglio dei Ministri ha riconosciuto a Milano il ruolo di ente guida per il suo contributo innovativo in questa direzione.

Ci sono altri esempi concreti che ci vuoi illustrare?

Il nostro impegno sui temi della diversità e inclusione si è sviluppato attraverso diverse iniziative come quella per promuovere una cultura della parità di genere e della pluralità promossa in collaborazione con il CUG (“Comitato Unico di Garanzia per le pari opportunità, la valorizzazione del benessere di chi lavora e contro le discriminazioni”) che ha previsto, tra le altre, diverse azioni di formazione. Un altro intervento, di cui sono particolarmente orgogliosa, è stata l’adozione da parte del nostro Comune del progetto StandUp!  promosso da Alice onlus e dal Corriere della Sera, contro le molestie sessuali nei luoghi pubblici attraverso un programma dedicato alle nostre dipendenti.

Anche nella PA, come nel settore privato, la presenza femminile decresce più saliamo verso le posizioni di vertice: quali sono i fattori che frenano i ruoli apicali delle donne?

Non è solo la struttura dei ruoli che fa da freno ma anche i vincoli che derivano dall’impegno dedicato a situazioni di cura e familiari che sono ancora in gran parte sulle spalle delle donne. La maggior fatica a conciliare i tempi del lavoro con gli impegni extra-lavorativi è ancora oggi una barriera.

Quali interventi concreti, da attuare subito, suggerirebbe al Presidente del Consiglio in termini di welfare a favore delle donne che lavorano nella PA, e non solo?

A Draghi consiglierei, come prima cosa, che siano le donne a decidere o proporre gli interventi da fare per le donne, perché conoscono a fondo i loro reali bisogni. Concordo con lui sulla priorità di incrementare le scuole d’infanzia come fattore facilitante per l’accesso delle donne al lavoro e lo sviluppo delle loro carriere. Anche se questo vale soprattutto per alcune zone d’Italia, come il Centro-Sud, perché, ad esempio, in Lombardia la situazione è diversa e la scuola d’infanzia è molto presente e inserita verticalmente nel percorso educativo. Un secondo suggerimento potrebbe quindi essere quello di introdurre degli incentivi per le aziende che creano al loro interno scuole d’infanzia per i dipendenti in modo da ampliare l’offerta. Liberare il tempo delle donne è un altro obiettivo importantissimo. Significa dare loro la possibilità di ripensare se il percorso professionale avviato sia quello giusto e progettare la loro vita e carriera scegliendo una formazione adeguata a sviluppare le competenze indispensabili per il futuro.

Qual è la sua opinione sulle quote rosa? Quali effetti ha prodotto nella PA?

Sarei felice se le quote rosa non fossero più necessarie ma non è così. Anche nella formazione del nuovo Governo non ho visto nessuno “cedere il posto a una donna”. Quindi fino a quando la parità non sarà un fatto “normale” le quote rosa servono, sono una misura transitoria che ancora oggi permette di garantire maggior equilibrio. Grazie alle quote abbiamo, ad esempio, garantita una presenza femminile nei Cda delle partecipate pubbliche e negli organi amministrativi. Ma pensiamo anche alla rappresentanza politica con l’obbligo della doppia preferenza.

Nel suo discorso al Senato, Draghi ha detto: “L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa”. Com’è la situazione nella PA? E’ diversa dal settore privato?

La situazione del gap salariale tra donne e uomini nella PA un po’ diversa dalla situazione generale perché ci sono “meccanismi” che garantiscono una certa parità (pensiamo alle dinamiche di retribuzione degli insegnanti e impiegati pubblici che sono paritarie). Quindi dentro alla PA non c’è la disparità che troviamo nel settore privato.

C’è qualche altra battaglia prioritaria per la promozione della parità di genere nella PA?

Una che mi sta molto a cuore è quella del linguaggio di genere in cui mi sono impegnata personalmente. Con una delibera di Giunta, il Comune di Milano ha dato il via a un intervento specifico che non si è limitato a un uso diverso delle parole negli atti amministrativi e nelle comunicazioni. Lo ha infatti accompagnato con una formazione capillare rivolta a tutti i dipendenti sul portato di valore che ha il cambio di linguaggio. E’ stata un’azione che ha raggiunto anche l’obiettivo di creare una maggiore consapevolezza, a tutti i livelli all’interno dell’amministrazione, sull’importanza di promuovere una cultura di genere.