Trasparenza è sicuramente una parola importante, ma sciupata dall’uso retorico che ne è stato fatto. Si è giunti al punto che oggi, alla maggior parte della gente, interessa poco o niente: “Con la trasparenza non si mangia”, si potrebbe dire parafrasando la famosa frase di un ex-ministro.
Oggi la trasparenza è una realtà, anche nelle Amministrazioni Pubbliche italiane. Eppure non sembra essere cambiato granché per nessuno: PA, cittadini e investitori. Un cambio di passo, dunque, è necessario. Bisogna cominciare a chiarire che la trasparenza non è un fine, ma uno strumento mirato ad un obiettivo condiviso, ossia avere un sistema pubblico che funzioni. Se, dunque, con la trasparenza non si mangia, con l’accountability sì: quest’ultima, infatti, consente di conoscere quanto, come e per cosa viene speso il denaro pubblico e, da qui, proporne un utilizzo migliore.
È un dato non banale che il legislatore ha compreso già nel 2009, prima dei cittadini e prima degli investitori, proponendo poi il Decreto Trasparenza del 2013. Esso, infatti, non ha semplicemente chiesto alle Pubbliche Amministrazioni di essere trasparenti in senso generico, ma di esserlo in modo comparabile, pubblicando le medesime informazioni nella medesima sezione dei rispettivi siti web (la sezione Amministrazione Trasparente – AT).
In questo modo, il legislatore ha tradotto il concetto generale di trasparenza in quello specifico di accountability. La differenza non è terminologica, ma sostanziale: le PA devono essere trasparenti non perché è giusto esserlo, ma perché hanno il dovere di rendicontare agli stakeholder l’utilizzo del denaro pubblico.
Come è la situazione oggi? Praticamente tutte le PA – dal piccolo Comune alla grande multiutility – hanno adempiuto alla pubblicazione della sezione AT. Il miglioramento è innegabile. Ma questo che benefici ha portato, a parte quello di una maggiore informazione degli stakeholder (oltretutto da verificare, visto che il numero delle persone che sanno dell’esistenza di AT è ancora irrilevante)?
La conseguenza è che c’è più trasparenza da parte delle PA, ma che essa è ancora vissuta come un adempimento formale e non come qualcosa di sostanziale. La dimostrazione è che ci sono Comuni, come Salerno, che non hanno mai pubblicato la relazione della performance. E ci sono Regioni, come il Molise, che non hanno mai attivato l’istituto dell’accesso civico.
Al contempo, però, in Italia ci sono anche Comuni come Parma, tra quelli capoluogo di provincia, e come Marcallo con Casone, tra quelli più piccoli, e ci sono Regioni come l’Emilia, la Lombardia e la Toscana: questi enti non si limitano a pubblicare i dati, ma lo fanno con cura, aggiornando le informazioni e, soprattutto, rendendole effettivamente accessibili e misurabili.
Il quadro che emerge, dunque, è a macchia di leopardo: alcune PA sono accountable, altre no. E, tra le prime, alcune sono performanti e altre no. Affinché diventino accountable e performanti tutte le PA, bisogna che i cittadini siano informati su cosa e in che misura il loro Comune e Regione sono migliori di altri Comuni e Regioni italiani. Così come serve che i cittadini siano informati su cosa pretendere un miglioramento dal loro Comune e Regione. Informati non in senso astratto, ma sulla base di una valutazione comparata dei numeri di bilancio e della qualità dei servizi resi.
Quella valutazione in Italia non è mai stata fatta, se non per aspetti parziali della macchina pubblica: tutti se ne lamentano, ma nessuno la conosce pienamente, nonostante gli strumenti messi a disposizione dal suddetto decreto. Una valutazione di questo tipo è stata inaugurata da qualche anno dal Rating Pubblico di Fondazione Etica che, in modo indipendente e no-profit, analizza e compara periodicamente le informazioni pubblicate in AT e le traduce in misurazione sintetica, comprensibile a tutti.
Si tratta di un passaggio spesso sottovalutato, ma indispensabile per ricostruire un canale di dialogo tra amministratori e amministrati. Un dialogo alla pari, su dati concreti, senza il quale sarà difficile contrastare il clima di anti-politica che avanza. Ma non si tratta solo di questo: l’accountability e la misurazione dell’efficienza della macchina pubblica non servono soltanto a creare consenso e ricucire la pace sociale. Questi elementi possono servire, prima di tutto, ad assegnare in modo più attento e proficuo le (poche) risorse pubbliche sulle quali, come ogni anno, la Legge di Bilancio si sta pronunciando in questi giorni.
Dopo decenni di retorica sulla spending review, non sarebbe ora che i Comuni e le Regioni con maggiore accountability ed efficienza comincino a ricevere più denaro? Nessuna norma e nessun controllo potrà mai convincere le PA non performanti a diventarlo: può riuscirci, invece, la convenienza. Non solo convenienza reputazionale, ma anche e soprattutto finanziaria.
Il “governo del cambiamento” può virare in questa direzione ora, con la legge di bilancio in costruzione. Assegni subito più denaro agli Amministratori che hanno già dimostrato di saperlo spendere bene, nell’interesse generale, in modo da incentivarli a continuare su una strada virtuosa. Ne assegni meno, invece, a chi non si preoccupa nemmeno di renderne conto alla comunità. Il cambiamento, allora, sarà concreto e la trasparenza servirà anche a mangiare.

Paola Caporossi
Direttore di Fondazion e Etica