Le regole-comando
Nel semplice mondo primitivo la parola «regola» è il comando del capo che, come i suoi sudditi vogliono credere, sarebbe sempre mirato al bene collettivo. Le regole-comando funzionano in virtù della rinuncia alla sovranità individuale a favore del presunto bene collettivo[1] incarnato nel capo[2]. I sistemi regolati verticalmente sono semplici ed efficaci, ad esempio è utile, ma non necessario, che il capo cerchi il consenso spiegando i benefici delle regole che impone ai sudditi. Il sistema verticale è da lungo tempo radicato nella cultura umana, a tutt’oggi il testo delle nostre leggi non riporta né i benefici attesi né le parti di popolazione che si presume ne avranno vantaggio o svantaggio[3].

Le regole-efficienza
Le regole-efficienza, ad esempio le strisce pedonali o i semafori, sono invece il risultato di accordi orizzontali fra pari il cui scopo è l’equilibrata efficienza di tutti i partecipanti, singolarmente e collettivamente, ma non necessariamente coinvolgendo tutta la più vasta comunità. Le regole-efficienza non hanno bisogno del prerequisito «credere in un capo che si assuma l’onere del bene comune», si reggono invece sulla reciproca fiducia e sulla comprensione del beneficio atteso.

Distinzione o estinzione?
Quando emergono nuovi concetti i popoli tendono a battezzarli con nuove parole (nomi), in questo caso invece sembra che le regole-comando si stiano estinguendo svuotando il contenitore (il nome «regola») che può essere riempito dal nuovo concetto di regole-efficienza. Il codice della strada è un buon esempio di transizione in corso perché include molte regole-efficienza, ma è prevalentemente scritto con il linguaggio proprio delle regole-comando.

Deboli e potenti
Nel ‘900 l’umanità ha dovuto codificare regole del tutto nuove per poter utilizzare efficientemente le tecnologie di trasporto che nell’800 ancora non esistevano.

  1. La strada per lungo tempo è stata il regno dei carri, dei cavalieri e delle signorili carrozze e vi prevaleva il principio: il più potente passa prima.
  2. Con la diffusione dei mezzi motorizzati la strada diventò velocemente il territorio delle auto che fece scivolare carrozze e cavalieri nella categoria dei deboli e subordinati pedoni. Il pedone, che non era mai stato padrone della strada, più di sempre dovette premurarsi di mettere in atto le più attente contromisure contro il rischio di essere travolto.
  3. Lentamente la società cambiò in direzione della democrazia e nella seconda metà del ‘900 iniziò a riconoscere il prevalere del diritto del più debole verso il più forte. Le democrazie europee trasferirono il principio nei codici della strada di pari passo con l’evoluzione del grado di democrazia reale. Nel primo passaggio si suddivise la strada in due territori: la maggior parte toccò ai veicoli e una piccola parte, contrassegnata da grandi strisce bianche, in quest’ultima prevaleva il diritto del più debole. Ma a rimarcare che i veicoli mantenevano la supremazia del più forte venne predisposta una norma secondo la quale attraversare la strada nelle vicinanze delle strisce zebrate produceva due effetti: a) scattava una sanzione contro l’invadente pedone b) in caso di incidente si palesava il fatto che il pedone se l’era cercata. Al momento attuale alcuni Paesi hanno finalmente sancito il prevalere del diritto del più debole in qualsiasi circostanza e colà, quando un pedone scende dal marciapiede, i potenti mezzi motorizzati si fermano. Il sistema si sta semplificando verso una inutilità delle strisce con il benefico efficienziale di eliminare le spese di manuitenzione delle zebre. Un fenomeno simile è la sostituzione dei semafori con le piazzole rotatorie che introducono il criterio democratico: non conta chi è più debole o più forte, ma conta lo stato di necessità di chi è già ingaggiato nella manovra di cambiare direzione che perciò ha la precedenza sugli altri. Ancora meno costi e maggiore fluidità del traffico.

L’innovazione e le sanzioni
Le regole-comando talvolta non sono spiegate e spesso sono incomprensibili o non condivise anche se spiegate, il risultato è che le regole-comando sono rispettate di malavoglia ed evitate ogniqualvolta vi sia un’alternativa più efficiente. Le società verticistiche rimediano al problema imponendo sanzioni di varia intensità, ma nemmeno queste risolvono completamente il problema, inoltre le sanzioni aggiungono costi di sorveglianza e di comminazione quasi annullando i benefici efficienziali.

In alcune aree è in fase di sperimentazione il metodo chi-ci-sta-ci-sta che implica l’adesione parziale alla regola secondo il criterio di convenienza che ovviamente è il contrario dell’adesione forzosa. Tale principio, che al momento non è affatto applicabile ovunque, implica:

  1. Parzialità (non totalità) dei partecipanti – Non tutti devono per forza aderire alla regola-efficienza. Chi lo fa gode dei benefici efficienziali della regola e gli altri invece dovranno sopportare i costi della reinvenzione ripetitiva dell’acqua calda.
  2. Esternalità[4] – Chi rispetta la regola-efficienza beneficia dei minori costi e impacci, mentre chi non la rispetta deve accollarsi i costi dell’inefficienza causata agli altri.
  3. Frontiera – Le regole-efficienza possono anche essere strumento di innovazione quando sperimentano procedimenti ancora più efficienti. Ovviamente quando gli esperimenti non funzionano si ricade nel caso 2-esternalità perché se l’esperimento fallisce provoca inefficienza. Ma se l’esperimento funziona potrà essere copiato dagli altri partecipanti e trasformato in una nuova regola che sposta in avanti la frontiera dell’efficienza.

La ricerca dell’efficienza fa parte della natura umana e forse anche di tutto l’universo, sebbene con declinazioni differenzianti:

  1. Il perseguimento dell’efficienza propria a scapito di quella degli altri non si chiama regola, ma brigantaggio
  2. In via del tutto teorica, qualche illuminato può pensare e realizzare il massimo beneficio possibile per tutti (regole-comando).
  3. Benefici parziali, progressivi e in misura differenziata possono essere prodotti con il contributo innovativo dei partecipanti che aderiscono per convenienza alla regola comune  (regole-efficienza).

 

—— NOTE——

[1] Nelle società più moderne il bene dell’individuo è pre-requisito essenziale al bene del gruppo, invece nelle società più primitive la sopravvivenza della specie (il bene del gruppo) precede le esigenze individuali, anche e particolarmente nelle situazioni più estreme. Sappiamo ad esempio che il passaggio dalla cultura dei raccoglitori-cacciatori alla cultura agricola provocò un salto numerico nella crescita della popolazione, ma anche una riduzione significativa della qualità della vita dei singoli a causa dell’alimentazione meno varia, delle malattie dovute all’eccesso di promiscuità nei villaggi e alla vicinanza con rifiuti ed escrementi.

[2] Il capo non è necessariamente un solo individuo, ma spesso è un gruppo di persone che «amministra» la comunità.

[3] La pubblicazione contestuale delle motivazioni, possibilmente quantitative, e dei criteri applicativi delle leggi è considerata o inutile o eccessivamente rivoluzionaria o infattibile (prevalentemente dagli oppositori alla partecipazione dei cittadini all’amministrazione)

[4] Con questa parola gli economisti definiscono gli effetti collaterali sui non partecipanti; nel caso della strada, chi provoca un incidente dovrebbe rispondere di tutti i danni prodotti non solo al diretto danneggiato, ma anche all’infrastruttura stradale e in parte è già così.