Il merito esiste?
In termini drammatico-giornalistici l’Italia «si spacca» fra detrattori e sostenitori del merito, i primi sono terrorizzati e immobilizzati dall’idea che si tratti di un artificio inventato da potenti malintenzionati, i secondi sperano invece che sia efficace strumento per farsi strada nonostante l’imperante clientelismo dinastico dei potenti. Sono approcci diversi per un obbiettivo comune: ridurre il divario di potere arbitrario di alcuni su altri.
Come spesso accade di questi tempi, la crisi viene affrontata con il metodo della divisività promossa dalle ideologie spesso tribal-moralistiche (noi siamo i giusti e gli altri sono cattivi) e dal fabbisogno mediatico dello scontro che fa notizia.
Vorremmo invece esplorare il merito come il fenomeno, comune a tutti, della consapevolezza: Tutte le decisioni implicano una valutazione di merito. Il merito dunque è ovunque ed è usato sempre e da tutti, le differenze stanno nei criteri e nei metodi di valutazione.

Gli individui sono fra loro connessi formando una società elastica
Sebbene non esista una definizione univoca, i dizionari più consultati tendono a convergere sull’idea che il merito sia il manufatto[1], tangibile e intangibile, prodotto da un’azione volontaria che aggiunge o distrugge il valore di ciascuno dei partecipanti.
Se rappresentassimo la società come una schiuma elastica composta da miriadi di bollicine animate (gli individui), ciascuna bollicina potrebbe generare onde di cambiamento che si allontanano da ciascun centro-motore-bollicina disperdendo energia. Potenzialmente esisterebbero molti tipi di società, ad esempio avremmo società-schiuma:

  1. bene ordinate come un freddo cristallo, le molecole sarebbero irrigidite da gradi di libertà estremamente limitati
  2. termicamente caotiche dove le bollicine potrebbero agitarsi in tutte le direzioni cambiando continuamente la forma della schiuma pur rimanendo elasticamente aderenti.

Nessuno può dire se sia preferibile vivere in un freddo cristallo o in una calda energia, però quasi certamente non si vive bene né nella gelida immobilità né nel forno nucleare. Parrebbe che l’umanità preferisca la banda[2] mediana dove ciascun essere vivente contribuisce alla società inducendo più ordine o più disordine secondo il principio dell’entropia[3], possibilmente senza strappare le connessioni con le altre bollicine.

Il merito è cinetica
Per migliaia di anni le società umane sono state governate da prìncipi e sacerdoti preoccupati di tenerle bene ordinate. Il criterio di merito prevalente in queste società primitive è l’aderenza all’ortodossia ripetitiva dei comportamenti.
Ai nostri giorni una porzione crescente dell’umanità apprezza gli ampi gradi di libertà che la democrazia garantisce ad ogni individuo. In queste società il cambiamento è il criterio di merito preferito perchè confronta le diversità e seleziona quelle più promettenti rispetto all’aspettativa di una migliore qualità della vita.
Il merito dunque frena o accelera il cambiamento idealmente misurabile con queste grandezze:

  1. Origine: il punto dove si è
  2. Direzione: verso il gelido cristallo (autocrazia) o verso l’entropica agitazione termica della democrazia.
  3. Passo: il quantum di cambiamento che ciascuno può indurre in ogni sua azione avendo cura di non superare la soglia dell’elasticità e strappare la schiuma di bollicine.

Il metodo
C’è chi teorizza la più estrema anarchia, l’assoluta indipendenza individuale, che però non è mai stata avvistata se non nelle forme di solitaria vita volontaria o di esilio forzoso, che sono entrambe condizioni dagli esiti letali o quanto meno drammatici. Si tratta, nella metafora, di una non-schiuma dove le bollicine non aderiscono fra loro, in questo spazio non esiste il merito perché non esistono relazioni fra le bollicine.
All’estremo opposto si trova il rigido cristallo dove ciascuno ha il suo posto e il suo deterministico programma il cui scopo è tenere il cristallo uguale a sé stesso all’infinito. La relazione fra bollicine esiste in forma di rigide catene, non c’è movimento. Anche in queste condizioni il merito-cambiamento non esiste.
Nell’ampia gamma intermedia dell’indeterminazione e dell’imprevedibilità della società, ciascuno contribuisce al merito con movimenti più o meno sperimentali o casuali. È in questa banda di variabilità che il merito esiste ed è utile a esercitare la repulsione o l’attrazione, a scegliere e a farsi scegliere.
A seconda dell’individuale interpretazione di qualità della vita, ciascun gruppo tende alla conservazione o all’innovazione e conseguentemente seleziona e miscela criteri di valutazione (di merito) estratti da due riferimenti metodologici di base:

  1. la medietà
  2. la frontiera.

Il metodo della medietà si pone l’obbiettivo di posizionare i partecipanti il più possibile vicino alla media. L’allocazione dei voti scolastici sono un esempio di questo metodo che qui proviamo a sintetizzare:

  1. L’arbitro (l’insegnante) decide la griglia di valutazione
  2. I valutandi (gli studenti) eseguono i test tentando prima di tutto di ottenere almeno la sufficienza, in seconda priorità di superare la media.
  3. L’insegnante valuta i risultati individuali in funzione della griglia scegliendo più o meno consapevolmente i criteri di distribuzione (ad esempio non si danno voti sopra l’8 se non in caso di eccellenza, oppure non si usano voti inferiori al 4). La valutazione è quindi soggettivamente arbitraria, nel senso più stretto poiché è definita dall’arbitro.
  4. I risultati riflettono la personalità dell’arbitro e i risultati più comuni sono distribuiti:
    1. a campana stretta, cioè fra il 4 e il 7 con rare eccezioni oltre questi limiti. In centro sta la soglia della sufficienza, sì che la distribuzione è utile principalmente a separare chi sta sopra la media da chi sta sotto, con qualche piccola differenziazione individuale.
    2. disassata, una curva il cui massimo sta a destra o a sinistra della soglia della sufficienza.
    3. a campana larga che implica l’utilizzo di tutti i voti disponibili, da zero a dieci.

Nel primo caso, la distribuzione sembra essere orientata a sollecitare chi sta sotto la media a migliorare e portarsi sopra la media. Questo metodo incentiva a superare la soglia della sufficienza restandole vicino. La media infatti è arbitraria e non è necessariamente correlata alla qualità dell’insegnamento. È inoltre interessante notare che tutti i miglioramenti influenzano anche il posizionamento del punto di soglia (media) così che il numero di studenti sopra soglia e sotto soglia tende a restare lo stesso.
Il secondo caso evidenzia la probabile intenzione dell’arbitro di stimolare i valutandi a migliorare (disassamento sotto soglia) o di comunicare all’esterno che la «sua» classe ha ottime performance (disassamento sopra soglia). In questo caso infatti la forma della curva di distribuzione è determinata dall’arbitro e riguarda più il suo stesso operato di insegnante che il valore per gli studenti.
Il terzo caso è probabilmente un tentativo dell’arbitro di evidenziare il sotto-gruppo di valutandi (di testa o di coda) che potrebbero essere sopra, o sotto, media indipendentemente dalla griglia e dall’arbitro.
Un’applicazione estrema del metodo medietà sta nel metodo programmato che assegna un premio standard, in denaro o carriera, riconosciuto con criteri, come per esempio quello degli scatti di anzianità, che nulla hanno a che fare con il contributo portato da ciascuno alla società.
Il metodo della medietà:

  • sembra incentrato sulla soglia della sufficienza che è definita soggettivamente dall’arbitro sia preventivamente (griglia) sia nel corso della valutazione e dell’allocazione dei voti individuali
  • tende a spingere i valutandi verso la media, nel senso che il premio più rilevante si manifesta nei pressi della soglia della sufficienza (spesso collocata al centro dello schema di valutazione).

Il metodo della frontiera prevede ciascun valutando sia posizionato in una scala di più performanti e di meno performanti. Tale processo può essere condotto con gli stessi risultati dall’arbitro, come nel precedente caso 4.c, oppure da un arbitro terzo, dagli stessi valutandi  o da un mix delle tre forme. Anche il metodo frontiera non è molto correlato alla qualità dell’insegnamento, ma il ranking spinge alla separazione fra il ruolo di insegnante (per usare la metafora scolastica) e quello dell’arbitro valutatore fino ad arrivare all’estremo dell’auto-valutazione. Il metodo frontiera, al contrario del metodo medietà, potrebbero anche spostare il limite superiore delle prestazioni. In ambiente sportivo si tende ad utilizzare questo metodo.

In conclusione:

  1. ciascuna delle infinite interpretazioni e combinazioni di questi due metodi di base può essere la più adatta a ciascuna particolare circostanza
  2. il metodo applicato da un arbitro che è anche valutatore necessariamente riflette gli interessi dell’arbitro-valutatore inclusa prioritariamente la sua stessa sopravvivenza
  3. il metodo della medietà, può apparire equo, ma in realtà premia l’immobilismo
  4. il metodo della frontiera promuove il miglioramento continuo della qualità della vita e richiede una sofisticata equità nell’applicazione dei risultati del processo valutativo.

—— NOTE ——

[1] La Treccani assegna alla parola manufatto il significato di oggetto ottenuto attraverso la lavorazione di materie prime oppure di oggetto che ha subìto una lavorazione da parte dell’uomo. È interessante notare che, in un mondo nel quale la produzione è dominata dai servizi (manufatti intangibili) e dall’intellectual property, non è ancora stata inventata una parola che ridefinisca il risultato delle capacità dell’individuo (che comunemente chiamiamo lavoro). Forse la parola software è un primo e limitato tentativo di distinguere il lavoro dell’intelletto dal lavoro hardware.

[2] Avremmo potuto usare la frase «ampiezza della gamma delle scelte» che esprime ragionevolmente bene il concetto di spazio e di spettro delle possibilità. Un concetto relativamente poco usato nel linguaggio corrente e che perciò non ci sono termini specifici, forse possiamo prendere in prestito dall’inglese il termine bandwith.

[3] In fisica l’entropia esprime la tendenza di tutte le forme di energie a trasformarsi in caotica agitazione termica.