La grammatica italiana è un insieme di regole oppure le regole sono il prerequisito per dichiarare le eccezioni? Qualche tempo fa chiesi un parere a un esperto che mi propose questo punto di vista: la grammatica non è uno schema rigido, è uno modello stilistico.

Quando all’università sostenni l’esame in Teoria della Comunicazione appresi che lo scopo di questa disciplina è individuare le regole grazie alle quali il mittente puó inviare un messaggio inequivocabile a un preciso destinatario. Con mia grande sorpresa, il primo insegnamento che mi venne impartito fu che non vi è certezza di successo, ma solo probabilitá. In effetti il principio di causalitá[1] è un presupposto ingenuo perché nessun effetto è monocausale ed è sostanzialmente impossibile conoscere tutte le cause. La Teoria della Comunicazione converge perció su un piú pragmatico scopo e su una sfida ancora piú grande: l’importante è che il destinatario capisca il messaggio del mittente. Senza investigare oltre sui meandri della Comunicazione, siamo giá nella condizione di convergere sull’idea che la grammatica aiuta, ma non garantisce che il destinatario capisca il messaggio del mittente e forse nemmeno il mittente é in grado di inviare un messaggio che sia inequivoco ai suoi propri occhi (o orecchie?).

Qui inizia la mia personale battaglia in a cup of tea: se stesso o stesso? Il pronome riflessivo indica la propria persona e concetti affini. Giá Dante scriveva «sé stesso», allora perché nessuno piú scrive «sé stesso» e al contrario, con un rigore mai visto prima, viene rispettata l’eccezione «se stesso»? Potrebbe forse essere un vezzo dell’italiano che conosce talmente bene l’italiano che vuole farlo sapere introducendo un’eccezione solo nello scritto e non nel parlato?

Ecco qui la mia ribellione alla grammatica spacciata per geometrica (con relativi pessimi voti a scuola): uso solo il sé ovunque si trovi.

——NOTE——

[1] Il principio di causalitá nasce dall’idea che ciascuna causa produce effetti perfettamente prevedibili