Da tempo le classi dirigenti (establishment) delle democrazie sembrano incapaci di indurre nei propri Cittadini aspettative di miglioramento della qualità della vita[1] e di un futuro carico di opportunità. Il crescente divario alimenta l’insoddisfazione dei Cittadini che vogliono rompere gli stanchi schemi e agiscono «contro» anche sacrificando il proprio interesse immediato.[2] L’innovazione nei modelli di governo è sempre più lenta rispetto ai rapidi cambiamenti della società civile[3] che ha reagito aggiungendo alla democrazia rappresentativa un nuovo «modulo»: la democrazia associativa. Quasi inconsapevolmente Civicum si è trovata a concretizzare lo spirito della global polity, della democrazia associativa, cooperando nella definzione di alcuni standard (REI, RCC) e di proporre alcune norme operative per la loro applicazione concreta.

La democrazia

A cavallo della seconda guerra mondiale le democrazie costituzionali sono passate da poche decine a quasi duecento. Negli ultimi settant’anni le piccole democrazie avanzate e le giovani democrazie hanno prodotto più crescita delle grandi democrazie avanzate i cui establishment sono:

  • sempre meno tempestivi nell’adeguarsi al rapido evolversi delle esigenze dei Cittadini.
  • stretti nello spazio sempre più angusto dei litigi interni fra partiti e persone.
  • ancora troppo simili a gruppi semi-oligarchici con riflessi dinastico-classisti caratterizzati dalla bassa rotazione dei ruoli
  • spaventati dall’avere perso il controllo sulle corporazioni di Cittadini che tentano di sopraffare altre corporazioni di Cittadini con metodi tribali e di appropriarsi delle loro risorse.
  • arroccati nella difesa del proprio «esercito pubblico e para-pubblico» contrapposto alla società civile.

Sottotraccia rispetto ai conflitti contro l’establishment, in soli 15-20 anni, la società civile ha introdotto e sperimentato la democrazia associativa nella quale, con un’accelerazione mai vista prima, le associazioni cross-border[4]:

  • si sono moltiplicate
  • sono diventate efficaci regolatori più produttivi e innovativi degli Stati
  • hanno dato forma alla global polity[5] modificando profondamente le relazioni fra individui e fra società indipendentemente dagli Stati[6].

Gli Stati

All’inizio della Storia miriadi di «poteri politici»[7] di varia forma governavano migliaia di tribù che furono progressivamente aggregate in regni e imperi per volontà dei rispettivi prìncipi. Si stima che intorno al XIV secolo esistessero solo mille «poteri politici» che si dimezzarono nei due secoli successivi; alla fine del XVIII secolo se ne contavano 350. Agli inizi del XX secolo si ridussero al minimo storico di 25: i cicli di aggregazione e disaggregazione si sono succeduti molte volte nella storia e  probabilmente fu in questo periodo che il primitivo modello socio-economico a somma zero (portar via agli altri a proprio beneficio) incontrò nuovamente i propri limiti di espansione a causa dei costi proibitivi:

  • dei tentativi di occupare i pochi Paesi sopravvissuti e concorrenti
  • dell’amministrazione di imperi così vasti e internamente diversi.

Le due guerre mondiali probabilmente possono essere interpretate come gli ultimi disperati tentativi degli establishment di tenere in piedi un modello socio-economico ormai esaurito.

Da quel punto di minimo storico gli imperi iniziarono a frazionarsi in democrazie più piccole: intorno al 1945 gli Stati erano già una cinquantina, sono saliti poi a quasi 200 nel 2010 e la pulsione al frazionamento non dà ancora segni di rallentamento. La società civile sta forse, più o meno consapevolmente, mirando a comunità statali più piccole adatte a spremere più valore dal modello democratico, nonostante le resistenze degli establishment.

Le associazioni cross-border

L’umanità assomiglia a un «wafer tridimensionale»:

  • dove il solido strato più basso è formato da cellule di umanità (gli Stati) irrigidite in tessere di un puzzle saldamente interconnesse dai propri confini, ma con poco altro in comune
  • sulla superfice del puzzle sono depositati altri strati di nuove cellule ampie quanto l’intero puzzle: le associazioni cross-border
  • il tutto attraversato da sottili spaghetti: i Cittadini che scelgono di partecipare alla vita di alcune cellule, ma non a tutte.

Fino a tempi recenti gli Stati hanno guardato con sospetto alle associazioni perchè rappresentavano interessi in concorrenza con i propri, erano tollerate le sole associazioni funzionali al volere del principe: le gilde e le corporazioni (es. artisti, mercanti, cambiavalute, prestatori di denaro) potevano esistere e operare entro i confini nazionali, purchè normate dal principe. Per molto tempo lo schema è rimasto stabile fino a quando, nel XX secolo, iniziarono a formarsi le associazioni intergovernative[8] come ad esempio l’ONU e l’OMS, con il ruolo di regolatori sovra-nazionali. Oggi se ne contano circa 8.000, alle quali si sono aggiunte, in un crescendo esponenziale, le associazioni della società civile, private e indipendenti dagli Stati, ciascuna focalizzata ad un interesse circoscritto[9]: nel 1909 ne furono censite 176, nel 1951 -> 832, nel 1960 -> 1.268, nel 1981 -> 13.232, nel 2011 -> 56.834.  Si tratta di uno tsunami rivoluzionario di 70.000 e più nuovi rule-maker che in rapido movimento costruiscono una global polity incardinata sulla rule-of-law[10] secondo i principi di una nuova forma di democrazia: la democrazia associativa.

«Governance without governement»

La global polity poggia sull’indispensabile piattaforma degli Stati, ma al momento ha una forma diversa che non sembra affatto soffrire di sorprendenti «assenze eccellenti»:

  • Imposizioni verticali – Il metodo di lavoro delle singole associazioni, prevalentemente basato sulla condivisione e sull’accordo maggioritario, fa supporre che le minoranze siano svantaggiate, ma poiché l’adesione è volontaria e non universale, le minoranze hanno la possibilità di non aderire alle proposte evitando di applicarle nei loro Stati senza danno o vantaggio. I non partecipanti avranno in seguito la possibilità sia di aderire sia di modificare le proposte. La global polity non esercita alcuna imposizione da un vertice che peraltro non esiste.
  • Partecipazione universale – La libertà di adesione contraddice il principio della partecipazione universale, al contrario di quanto normalmente previsto per i Cittadini entro gli Stati.
  • Centralizzazione –Le associazioni della global polity preferiscono porsi obbiettivi promettenti e relativamente facili da concretizzare, rinviando nel tempo o agli Stati soluzioni che implicano organizzazioni complesse. La global polity non percepisce quindi l’esigenza di un governo centrale super-nazionale che, per fare rispettare le leggi, abbia bisogno del sempre complicato uso della forza. D’altra parte nessuna, o pochissime, sono le associazioni inter-governative in grado di decidere e agire autonomamente in quanto dotate di mezzi adeguati come è la NATO. Al momento quasi nessuno sente l’esigenza di un super-governo globale, mentre la maggior parte i sente la necessità di relazioni internazionali più agili e su temi circoscritti.
  • Coerenza del sistema – Le riforme prodotte dalla global polity associativa sono parcellizzate e operano per approssimazioni successive senza alcuna pretesa di coerenza sistemica, come invece è normalmente richiesto ai governi nazionali. È dimostrato dalla pratica e dalla teoria che la perfetta coerenza è solo parzialmente e temporaneamente realizzabile[11]. I sistemi tendono ad essere statici e richiedono frequenti adeguamenti all’evolversi del quadro generale: anche i cambiamenti possono essere solo parzialmente e temporaneamente coerenti.
  • Unitarietà di progetto – Con il collasso degli Stati governati secondo ideologia è caduta anche l’idea stessa di poter costruire una società umana «perfettamente buona e giusta»[12] secondo un progetto unitario. Ciascuna associazione si pone su un piano del tutto diverso scegliendo un proprio limitato ambito d’azione, così che il conseguente cambiamento non si può inquadrare in un più vasto sistema unitario, anche a causa dell’enorme complessità raggiunta dai sistemi di governo, particolarmente nei Paesi molto popolosi e internamente diversi. La parcellizzazione inoltre non garantisce confini precisi all’ambito d’azione e le sovrapposizioni sono inevitabili. L’armonia si può raggiungere solo trovando accordi con le cellule-associazioni vicine o entro i più piccoli sistemi-Stato.
  • Unitarietà del Diritto – Anche l’unitarietà del Diritto è una mitica utopia che nessuno è mai riuscito a concretizzare, nemmeno gli Stati più forti dove peraltro il Diritto conta meno. Addirittura alcuni Stati non hanno mai perseguito questa utopia lasciando alla «giurisdizione»[13] il compito di adattare le leggi e sul campo, nei tribunali. Ora accade che gli standard (es. ISO, ICANN, le misure), e le norme collegate, siano predisposti, nella quasi totalità dei casi, da associazioni settoriali che non sono interessate all’elaborazione un Diritto unitario sovra-nazionale. Il prerequisito per il funzionamento di un Diritto unitario è l’esistenza di un’organizzazione centralizzata sovra-nazionale che non c’è. Nell’attuale global polity è sostanzialmente impossibile ipotizzare una Costituzione a fondamento di un Super-Stato, al momento inimmaginabile.
  • Distinzione fra pubblico e privato – Da un lato le associazioni hanno tutto l’interesse a che gli Stati adottino le loro proposte e dall’altro le leggi sono più credibili se adottate e appoggiate da un ampio numero di Stati. Con questa consapevolezza le associazioni coinvolgono gli organismi legislativi ed esecutivi statali fin dalla fase di progettazione, con lo scopo sia di facilitarne l’adozione sia di evitare distonie col Diritto locale. Il loro lavoro è perciò generalmente eseguito da un gruppo misto di competenze e la distinzione fra pubblico e privato è del tutto inutile e conseguentemente trascurata. Le 70.000 associazioni cross-border, sebbene originino prevalentemente nella società civile, sono ormai quasi tutte miste.
  • Democrazia – Molti sostengono che la global polity non sia democratica perché mancano alcuni ingredienti fondamentali fra i quali le elezioni dei rappresentanti. Ci si deve prò domandare se gli scopi del modello democratico non siano ugualmente, o addirittura più efficacemente, raggiunti con modalità diverse. Ad esempio, l’intreccio degli interessi rappresentati (Stati inclusi) entro le associazioni cross-border non impone de facto, ai partecipanti attuali e futuri, ampia trasparenza, accountability ed equità?

Il «wafer» associativo

  • Non-competizione – La Storia insegna che gli Stati sono da sempre in competizione anche tragicamente aggressiva. Nella democrazia associativa le motivazioni sono diverse e le «assenze eccellenti» non discendono dalla volontà di sostituire gli Stati e i loro governi, sono invece l’effetto collaterale di un metodo regolatorio addizionale e pragmatico per trovare soluzioni utili ai Cittadini in cooperazione con gli Stati. Le associazioni cross-border infatti sono focalizzate su soluzioni applicabili ovunque e indipendentemente dagli Stati, il successo di ciascuna soluzione è determinato dal grado di adesione degli Stati.
  • Lungo termine contro breve termine – Nella maggior parte dei casi gli Stati sono contenti di scaricare alla global polity la responsabilità dell’applicazione di regole impopolari che implicano immediate restrizioni prima di produrre gli attesi benefici. Gli Stati infatti sono retti da rappresentanti eletti il cui obbiettivo di breve termine è essere rieletti e non apprezzano di essere coinvolti in decisioni impopolari che tendono a diminuire il numero dei loro sostenitori/elettori. Gli eletti inoltre non hanno sufficiente motivazione a investire troppe risorse in progetti i cui risultati si percepiranno oltre il periodo del loro mandato, avvantaggiando potenzialmente l’avversario politico che si troverà nel luogo e nel momento giusto per incassare il beneficio politico senza nemmeno avere partecipato all’azione. Al contrario le associazioni sono focalizzate a lungo termine nell’ottenere risultati multipli nell’ambito d’azione che si sono scelte. Per i singoli Stati le scelte, se richiedono sacrifici: sono imposizioni dall’estero/alto, se invece producono risultati immediati: sono l’esito della propria buona capacità di governo.
  • Comparazione e sorveglianza – Le associazioni cross-border in parte sfuggono al controllo degli Stati perchè operano in Stati in concorrenza fra di loro. La presenza cross-border consente poi alle associazioni di capovolgere il proprio stato da «sorvegliate dagli Stati» a «controllori degli Stati» perché ne comparano l’operato valutandone le performance, inducendo trasparenza e accountability in ambienti tradizionalmente resistenti.
  • Velocità, flessibilità, partecipazione e concorrenza sulla qualitàCome previsto dal il loro ruolo i governi prediligono le soluzioni adatte a prendere vantaggi sugli avversari interni ed esterni. Le associazioni non sono esenti da questo genere di problemi umani, ma le loro proposte devono essere accettate dal maggior numero possibile di Stati e di Cittadini[14], diluendo così parte delle pressioni statali. In secondo luogo, mancando la possibilità di imporre le norme, la tensione a sollecitare ulteriori adesioni stimola ad accentuare l’attrattività delle soluzioni. La competizione, che non è la concorrenza, è generalmente un fattore di ritardo nella diffusione delle soluzioni e nella co-partecipazione delle persone più preparate, l’attrattività è invece un fattore accelerante.
  • Adversarial (Gli interessati prima di tutto) – Mentre i governi tendono a considerare le medie[15] e gli interessi più «rumorosi» che determinano la maggioranza, per le associazioni il successo non dipende dal consenso elettorale, ma dalla capacità di far convergere i partecipanti, che sono tutti interessati allo stesso problema, su soluzioni che rispondano alle esigenze del più ampio numero di Cittadini e di Stati. Queste motivazioni stimolano ad applicare il sempre più diffuso il metodo adversarial che è A) mirato a ridurre gli effetti collaterali sfavorevoli alle persone più colpite dal cambiamento B) basato sull’ascolto, il più diretto possibile e disintermediata, delle persone effettivamente sfavorite dal cambiamento. È una ricetta anti-populista? Forse, per ora i casi di applicazione e di successo sono ancora troppo pochi.
  • Convergenza asintotica – Duemila e cinquecento anni fa Zenone spiegò che Achille mai avrebbe potuto raggiungere la tartaruga, eppure molti ancora ritengono di riuscire a far perfettamente collimare soluzioni che emergono da un ambiente in rapido divenire come quello socio-economico. Pragmaticamente i membri delle associazioni partecipano a diversi tavoli facendosi ciascuno portatore trasversale di tante piccole convergenze in un esercizio per approssimazioni successive che sembra trarre ispirazione dal principio di Pareto (l’80% del risultato si ottiene mettendo mano al 20%  percento delle cause).

Conclusioni

Le associazioni cross-border si comportano come cellule specializzate ciascuna portatrice dell’intero proprio DNA (la rule-of-law) che è la somma di varie sezioni:

  1. quella comune a tutti gli Stati democratici
  2. quella specifica della singola cellula
  3. quella delle varianti portate da ciascun aderente alla cellula.

Le cellule si sorreggono l’una con l’altra grazie ad una forza di attrazione simile alla gravità: le più vicine si attraggono più di quelle lontane. Le varianti si propagano in un’onda che parte da un centro di innovazione (in una cellula vicina o in un singolo individuo) e si smorza in proporzione alla distanza dal centro.

Entro ciascuna cellula i Cittadini si organizzano nelle forme più disparate, ma ciascuna tende a muoversi elasticamente in accordo con quelle vicine, pena lo strappo e il dissolvimento.

Ciascun Cittadino partecipa volontariamente e temporaneamente a più cellule contribuendo sia alla omogeneità sia alla diversità.

Nulla è fermo, il piano solido è il più lento a cambiare, nulla si muove all’unisono, nulla cambia tutto insieme, con l’eccezione di qualche strappo distruttivo. I movimenti sono parziali, locali e si diffondono con logiche simili all’evoluzione nella bio-sfera dove vive anche l’uomo.

 

———- NOTE ———-

 

[1] La qualità della vita si può misurare in reddito (GDP per capita) e con un indice composito i cui fattori più rilevanti sono l’aspettativa di vita e la salute (HDI Human Development Index)

[2] Quando cade la speranza per un futuro migliore la disperazione spinge alla rinuncia al proprio interesse personale, ad abbandonare la propria tradizionale ideologia, anch’essa parte del passato, al sacrificio a favore di un futuro per i propri figli. Brexit e Trump possono essere interpretati come fenomeni di reazione antisistema da parte delle ampie parti di popolazione trascurate dall’establishment. Ma non tutti si muovono in questa direzione, in alcuni paesi le popolazioni cercano invece un ritorno falsamente rassicurante al “si stava meglio quando si stava peggio”.

[3] Per definizione la «società civile» è composta da «privati». L’etimologia di questa parola è particolarmente adatta a questo testo: il privus è da solo, separato e distinto dallo Stato che è il «pubblico».

[4] Alla parola composita «trans-nazionale» preferiamo «cross-border» che sembra meglio rappresentare la cooperazione di individui indipendentemente dai confini.

[5] La definizione Global Polity è stata scelta da Sabino Cassese nel suo saggio «Chi governa il mondo», con prefazione del prof Lorenzo Casini, al quale largamente si ispira questo articolo. La Global Polity non rappresenta una teoria, ma un fatto:  negli ultimi vent’anni la società globale è stata vastamente riorganizzata dall’immenso lavoro di migliaia di organizzazioni cross-border..

[6] La Brexit sembra essere uno degli esperimenti coerenti con i fenomeni descritti in questo articolo fra i quali il tentativo di mantenere la piena sovranità nazionale inglobando nel proprio diritto le norme e gli accordi cross-border.

[7] L’espressione «poteri politici» sembra più adatta alla categoria delle infinite e antiche forme di governo che non è possibile chiamare Stati.

[8] I membri dell’associazione rappresentano gli interessi degli Stati.

[9] L’interesse è limitato, in verticale, ad un solo tema-strato del puzzle tridimensionale e in orizzontale è invece  potenzialmente vasto quanto il puzzle.

[10] La rule-of-law non coincide con i concetti di stato di diritto, dei diritti e delle leggi, è invece l’insieme di regole che limita il potere pubblico e lo sottomette a leggi definite dai Cittadini.

[11] Ciascun sistema è parte di altri sistemi di ordine superiore ed è a sua volta l’insieme di altri sistemi subordinati. Un sistema è coerente se sono coerenti anche i sistemi subordinati. I sistemi sono quindi tutti coerenti o non lo è nessuno. Il paradosso si scioglie se per coerenza si intende che i sistemi dialoghino fra di loro con protocolli (interfacce) comprensibili agli interlocutori. I retori (abili oratori) talvolta invocano le impossibili coerenza e perfezione come argomenti per intrappolare e abbattere l’avversario.

[12] «Buono» e «giusto» sono concetti morali individuali che nessuno finora è riuscito a rendere uguali (unitari) per tutti. L’irrisolvibilità del problema dell’unitarietà morale (link) è probabilmente la ragione per la quale la democrazia propone una soluzione pragmatica: ciascuno sia libero comportarsi secondo la propria individuale morale subordinatamente ai limiti degli accordi sociali (la legge da tutti condivisa). Il problema però non è ancora del tutto risolto, è solamente trasferito al problema dell’unitarietà del Diritto che, secondo l’altro significato di giurisdizione, è esercitato entro un certo territorio. Qui si apre la strada ad una molteplicità di forme del Diritto che appare assai controintuitiva.

[13] La parola «giurisdizione» ha assunto nei secoli significati talvolta contraddittori e ambigui, quello all’origine era assai prossimo al “dire lo ius»: emanare nuovi criteri di valutazione e cioè nuove leggi nell’esercizio del giudizio.  

[14] La global polity mostra una marcata tendenza a estendere la partecipazione diretta dei Cittadini alle associazioni e allo sviluppo delle soluzioni. Molto rilevanti da questo punto di vista sono le corti internazionali alle quali possono ricorrere i singoli Cittadini anche contro i propri Stati.

[15] La democrazia è il luogo delle diversità (di religione, di colore, di provenienza, di lingua, di cultura), ma forse non sorprendentemente le democrazie tendono ad agire per il bene della maggioranza che sostiene l’esecutivo, per i «dati medi o aggregati» che consentono di comunicare i progressi, per i gruppi più «rumorosi». Relativamente ai provvedimenti (leggi e decisioni). È raro che i governi individuino con ragionevole accuratezza le persone più esposte al rischio di eccessivo peggioramento della qualità della vita.